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Le interviste

INTERVISTA A JU AMORUSO

Quando è nata la tua passione per la scrittura?

La mia passione per la scrittura è nata quando avevo circa 16 anni e ci sono state delle esperienze a livello personale che mi hanno molto toccato, soprattutto a livello familiare e così ho deciso di cominciare a scrivere veramente per cercare una valvola di sfogo e per  riuscire a incanalare la mia rabbia, la mia tristezza e tutte queste emozioni in qualche modo negative. E quindi ho conosciuto la scrittura in questo ambito.

Ho letto tutto d’un fiato il tuo libro “Mi chiamo Scrivo” e come me tanti amici. Un romanzo che mi fa fatto molto pensare. Un po’ un grido d’allarme…….che cosa ci vuoi dire in proposito?

Sicuramente è stato interpretato come grido d'allarme e questa interpretazione è corretta; non è stato un grido d'allarme lanciato in modo consapevole: io avevo i miei problemi, li ho trasferiti nero su bianco ed era un grido d'allarme inconsapevole. Io non cercavo aiuto, però indirettamente l'ho chiesto, ho chiesto aiuto e quindi questo libro, sì, è un grido d’allarme.

Come pensi sia stato accolto il libro dai tuoi coetanei?

Ho avuto dei riscontri molto positivi, anche dei riscontri molto negativi, però tra i riscontri che ho ricevuto rispetto al mio libro ce ne sono stati alcuni che mi hanno resa molto soddisfatta e comunque contenta e felice del mio lavoro e in particolare delle amiche che conosco che hanno sofferto del mio stesso problema, quindi degli attacchi di panico, e che leggendolo si sono ritrovate nelle mie parole e in qualche modo hanno utilizzato questo libro per provare a capire. Non per essere aiutate o per aiutarsi, non per uscire dal loro stato di "malattia", che poi non è una vera e propria malattia ma è comunque un disagio, e quindi lo hanno utilizzato per cercare di capire come riuscire anche loro a superare questo tipo di problema.

Sei abituata a parlare dei problemi degli adolescenti in famiglia, con le tue sorelle?

Assolutamente sì ma è un processo che richiede del tempo. Inizialmente quando un adolescente sta male e prova un disagio, è difficile cominciare a parlarne; una volta che si comincia è tutto in discesa e ho la fortuna di far parte di una famiglia molto aperta al dialogo e quindi soprattutto con mia sorella maggiore e mia madre è molto facile parlare di questi problemi adolescenziali.

Cosa vuol dire realmente essere una scrittrice per te?

Io non mi considero una scrittrice a pieno titolo, ora.
Mi piacerebbe diventarlo, mi piacerebbe essere considerata tale. È una cosa frustrante, è una continua attesa, l’attesa di sapere se la storia andrà bene, se verrà accettata, ma soprattutto è un’attesa a livello personale: quando si comincia una storia non si sa mai come finirà, che personaggio arriverà, è uno continuo aspettare, e quindi è un po’ frustrante, è però molto bello potersi esprimere con la scrittura.

Prima di pubblicare il libro già scrivevi qualcosa sul web. Vuoi raccontarci qualcosa a proposito del tuo blog?

Il mio blog è la parte che preferisco dello scrivere, è molto libero, e recentemente ho affrontato un progetto interessante che mi ha aiutata molto a crescere in qualche modo: era un post al giorno per 50 giorno e l’ultima frase dell’ultimo post diventava la prima del successivo. Sono nati degli spunti per delle storie molto interessanti, a mio parere, sono piaciute ad alcuni e il mio blog è la rampa di lancio per tutte le mie storie, poi da lì seleziono il materiale che preferisco e lo porto sotto questa forma.

So che stai scrivendo un nuovo libro, ci puoi raccontare qualcosa?

È già finito: questa storia parla ancora di un problema molto diffuso, molto più serio a livello di tematiche sociali: la violenza sulle donne, affrontata in modo un po' diverso. Non è la violenza affrontata dalle donne, ma è la violenza che si fanno le donne dopo aver subito una violenza: e il fatto di nascondersi, di non parlarne, il fatto di rimuovere l'evento, il tutto affrontato da una ragazza molto giovane che si chiama Eleonor. Di più non posso dire.

Pensi che farai della scrittura il tuo mestiere oppure c’è qualcos’altro che ti piacerebbe fare, che ti interessa?

La scrittura non deve diventare il mio mestiere perché noi non li facciamo sempre in modo piacevole i nostri mestieri: il lavoro deve essere un piacere però rimane prima di tutto un dovere e quindi la scrittura rimarrebbe una passione parallela da portare avanti separatamente e io sto studiando grafica, quindi vorrei riuscire a entrare nel mondo della grafica, soprattutto dell’illustrazione e il massimo sarebbe un giorno finire a lavorare alla Disney, magari a scrivere sceneggiature.